23 Dicembre 1983
Oggi ho incontrato Dio.
Volo da vent anni, ma mai come oggi mi sono sentito tutt'uno col mio piccolo biplano verde.
Sono decollato alle 6:23 in punto dalla pista n°3.
Un timido rossore iniziava a verniciare il nero sipario notturno, mentre le stelle venivano oscurate dalla crescente luce mattutina: ecco la loro eclisse.
Il mio piccolo biposto spiccava il volo verso le alte cime innevate tinte col rame dall'alba, ed io con lui venivo proiettato verso una dimora divina.
La penetrante aria di quel tramonto mattutino si infiltrava sotto i miei vestiti, mi avvolgeva il cuore e man mano che il mio biplano penetrava nelle nubi vaporose dalle loro goccie d'acqua sinfonie di archi arcobaleno mi davano il buongiorno, riposando le mie orecchie, nutrendo il mio spirito.
Ed il vento...lo ascoltavo come non avevo mai fatto in vita mia; i fruscii delle sue sete contro le ali del mio biplano mi facevano pensare al suono emesso dalle mani di entità soprannaturali impegnate nel sollevare questo volatile metallico.
La foschia nella quale ero immerso andava diradandosi man mano che le mie dolci virate mi conducevano in alto verso il blu più immacolato, là dove è sempre sereno, là dove non esiste ombra che possa oscurare il cuore.
Non ero più io a pilotare l'aereo, era lui che mi conduceva verso l'infinito, verso la pace donata da un'immensità che la mente umana non può concepire, ma solo il cuore intuire.
Le mie braccia le sue ali, i miei muscoli il suo motore, la mia mente la sua elica...eccolo il Sole, puntavo verso di lui, verso il suo regno, da solo con me stesso, da solo con tutte le mie paure che si scioglievano come colori a tempera bagnati: stavo veramente vedendo tutto ciò o lo stavo dipingendo io stesso con le paure che questo paesaggio aveva trasformato in colori?
L'alba aveva ormai vinto la sua battaglia con la notte, inondava con il suo calore il corpo infreddolito da una nebbia nella quale mi ero perduto da troppo tempo.
Stavo abbattendo il confine che l'uomo aveva creato tra lui stesso e la natura.
Fu allora che chiusi gli occhi e incontrai Dio.
Nic
Ispirata da "Trovare Dio" de I NOMADI e dedicata a tutti coloro che, come me, non hanno ancora trovato Dio.
lunedì 1 febbraio 2010
domenica 24 gennaio 2010
Lezione n° 7 del prof. de Bergerac docente di oncologia
-...il virus di Epstein-Barr riveste un ruolo importante nella patogenesi del Linfoma di Burkitt in quanto...-Pausa. C'era qualcosa che non andava.
-in quanto determinando l'immortalizzazione dei linfociti B...-Altra pausa. Sì quel giorno c'era veramente qualcosa che non andava nel professore de Bergerac.
30 anni di rispettabilissima carriera: un premio nobel sfiorato per un pelo, interventi chirurgici su interventi chirurgici e numerosissime pubblicazioni scientifiche avevano creato un alone di sana venerazione nei confronti di quell'uomo che di venerabile possedeva ben poco.
La calvizia, la bassa statura, i dozzinali occhiali verdi, i vestiti fuori moda lo facevano assomigliare più ad un comunissimo maestro dell'elementari in pensione, piuttosto che ad un luminare della medicina oncologica.
Viveva da solo in un piccolo appartamento di periferia, non perché lo stipendio non gli permettesse di vivere più dignitosamente, ma semplicemente perché alcune volte le scelte della vita non ti inaridiscono solo interiormente, ma anche il conto in banca.
La moglie era fuggita con una grande fetta dei risparmi del dottore portandosi via anche quel poco di orgoglio che ancora l'uomo possedeva, e probabilmente fra i due era stato questo il conto più salato.
Paradossalmente, però, l'uomo aveva continuato la propria vita allo stesso ritmo.
Nessun cambiamento. Nessun rancore. Almeno apparentemente.
De bergerac-vita : 0 a 1. Ma era uno di quei risultati già decisi all'inizio della partita: hai giocato bene prof, ma eri destinato a perdere fin da principio.
Non aveva figli ed ormai non aveva neanche più parenti.
Era ben voluto ed aveva molti amici, ma questo non bastava. Avrebbe potuto scaricare la propria frustrazione ed amarezza nell'alcool, nella droga, nella distruzione personale, chi avrebbe potuto biasimarlo? Al contrario avrebbe potuto dedicarsi con più forza e trasporto nel suo lavoro, invece aveva deciso "semplicemente" di mantenersi a galla, di imitare un morto alla deriva. Allo stesso modo di quando, vestiti troppo leggeri, ci irrigidiamo e tentiamo di non muovere un solo muscolo affinché la nostra pelle non entri in contatto con l'aria pungente, così il dottore stava fermo come a sperare che il gelo che lo avvolgeva non riuscisse a stritolarlo.
Quella mattina però de Bergerac si era mosso; l'apparenza era crollata, traditrice, sotto i colpi di un'anima troppo abituata a vivere reclusa in chissà quale cella all'interno di quel piccolo cuore.
La seconda pausa durò molto più della prima, ma forse non abbastanza per far capire come il mantello sotto il quale per tutta la vita si era nascosto, stesse cadendo trasportando con sé tutto il peso degli anni, tutto il peso delle paure, delle delusioni e di una giovinezza immolata sull'altare dell'impegno, della conoscenza e della riflessione.
Quello che gli studenti avevano davanti era il vero de Bergerac, ma troppo presi nella propria ignorante superficialità, i presenti in aula non si accorsero di tale muta. La presunzione di riuscire già a capire gli ingranaggi della vita ti conduce sulla strada della pianificazione, della razionalizzazione, dell'incapacità di aprirsi realmente con chi ti sta di fronte e ti apre il proprio cuore, o semplicemente si rivela per quello che è veramente. E' molto meglio non permettersi di rimanere stupiti, molto meglio rifugiarsi nel proprio passato e lasciarsi coccolare dalle spire uncinate dei suoi errori e delle sue delusioni: indurisciti e sarai sempre vincente.
De Bergerac aveva dedicato la vita a quell'indurimento, aveva depositato calce su calce tentando di riparare le crepe, riempire le falle ed ora il battito un po' più forte di un cuore stanco aveva distrutto tutto quel lavoro.
Le persone che non hanno mai avuto la possibilità e la capacità di riflettere tendono sempre ad attribuire una scala d'importanza ai traumi della vita: purtroppo per loro non riescono a capire che i più grandi danni non li provoca il fatto in sé per sé, ma quello che segue. L'introspezione è sempre stata una grande tragedia umana e solo gli sciocchi non lo capiscono.
L'eloquio che inondò l'aula, nella sua fragilità, fu come una cannonata, una diga che cede, un fiume che esonda, nell'irrispettoso brusio: decisamente quel giorno c'era qualcosa che non andava, mentre gli studenti rimanevano ciechi davanti alla tragedia.
-sapete ragazzi è da trent'anni che faccio questo lavoro ed ancora non ho imparato a informare i pazienti del cancro appena diagnosticatoli...secondo voi esiste veramente un modo giusto per dire che probabilmente il prossimo Natale non lo potranno festeggiare con la propria famiglia?- Nel corridoio risuonò premonitrice una risata nasale, mentre il brusio in sala si era intanto trasformato nel rumore di una mandria di bufali.
-E' proprio vero che la comunicazione rappresenta un'importante frontiera dell'evoluzione umana?- In realtà questa frase non l'ascoltò nessuno ed anche se così fosse stato l'effetto sarebbe stato il medesimo.
-Io penso proprio di no-. In realtà una persona stava ancora ascoltando: il professore per la prima volta dialogava con sé stesso. Si riappacificava con la propria vita. Questa, però, non faceva lo stesso con lui; essa stava segnando il secondo punto e l'arbitro ormai stava per fischiare il fischio di fine partita. 0 a 2.
Il prof uscì dall'aula poco dopo, con la sua borsa usurata ed una camminata più strascicata del solito. Il giorno dopo lo trovarono impiccato.
Nic
Per tutti quei de Bergerac, immaginari o reali, futuri o presenti o passati, che dopo un'incompresa ed incomprensibile vita di rettitudine e fedeltà cercano riscatto e comprensione negli attimi prima alla loro dipartita.
-in quanto determinando l'immortalizzazione dei linfociti B...-Altra pausa. Sì quel giorno c'era veramente qualcosa che non andava nel professore de Bergerac.
30 anni di rispettabilissima carriera: un premio nobel sfiorato per un pelo, interventi chirurgici su interventi chirurgici e numerosissime pubblicazioni scientifiche avevano creato un alone di sana venerazione nei confronti di quell'uomo che di venerabile possedeva ben poco.
La calvizia, la bassa statura, i dozzinali occhiali verdi, i vestiti fuori moda lo facevano assomigliare più ad un comunissimo maestro dell'elementari in pensione, piuttosto che ad un luminare della medicina oncologica.
Viveva da solo in un piccolo appartamento di periferia, non perché lo stipendio non gli permettesse di vivere più dignitosamente, ma semplicemente perché alcune volte le scelte della vita non ti inaridiscono solo interiormente, ma anche il conto in banca.
La moglie era fuggita con una grande fetta dei risparmi del dottore portandosi via anche quel poco di orgoglio che ancora l'uomo possedeva, e probabilmente fra i due era stato questo il conto più salato.
Paradossalmente, però, l'uomo aveva continuato la propria vita allo stesso ritmo.
Nessun cambiamento. Nessun rancore. Almeno apparentemente.
De bergerac-vita : 0 a 1. Ma era uno di quei risultati già decisi all'inizio della partita: hai giocato bene prof, ma eri destinato a perdere fin da principio.
Non aveva figli ed ormai non aveva neanche più parenti.
Era ben voluto ed aveva molti amici, ma questo non bastava. Avrebbe potuto scaricare la propria frustrazione ed amarezza nell'alcool, nella droga, nella distruzione personale, chi avrebbe potuto biasimarlo? Al contrario avrebbe potuto dedicarsi con più forza e trasporto nel suo lavoro, invece aveva deciso "semplicemente" di mantenersi a galla, di imitare un morto alla deriva. Allo stesso modo di quando, vestiti troppo leggeri, ci irrigidiamo e tentiamo di non muovere un solo muscolo affinché la nostra pelle non entri in contatto con l'aria pungente, così il dottore stava fermo come a sperare che il gelo che lo avvolgeva non riuscisse a stritolarlo.
Quella mattina però de Bergerac si era mosso; l'apparenza era crollata, traditrice, sotto i colpi di un'anima troppo abituata a vivere reclusa in chissà quale cella all'interno di quel piccolo cuore.
La seconda pausa durò molto più della prima, ma forse non abbastanza per far capire come il mantello sotto il quale per tutta la vita si era nascosto, stesse cadendo trasportando con sé tutto il peso degli anni, tutto il peso delle paure, delle delusioni e di una giovinezza immolata sull'altare dell'impegno, della conoscenza e della riflessione.
Quello che gli studenti avevano davanti era il vero de Bergerac, ma troppo presi nella propria ignorante superficialità, i presenti in aula non si accorsero di tale muta. La presunzione di riuscire già a capire gli ingranaggi della vita ti conduce sulla strada della pianificazione, della razionalizzazione, dell'incapacità di aprirsi realmente con chi ti sta di fronte e ti apre il proprio cuore, o semplicemente si rivela per quello che è veramente. E' molto meglio non permettersi di rimanere stupiti, molto meglio rifugiarsi nel proprio passato e lasciarsi coccolare dalle spire uncinate dei suoi errori e delle sue delusioni: indurisciti e sarai sempre vincente.
De Bergerac aveva dedicato la vita a quell'indurimento, aveva depositato calce su calce tentando di riparare le crepe, riempire le falle ed ora il battito un po' più forte di un cuore stanco aveva distrutto tutto quel lavoro.
Le persone che non hanno mai avuto la possibilità e la capacità di riflettere tendono sempre ad attribuire una scala d'importanza ai traumi della vita: purtroppo per loro non riescono a capire che i più grandi danni non li provoca il fatto in sé per sé, ma quello che segue. L'introspezione è sempre stata una grande tragedia umana e solo gli sciocchi non lo capiscono.
L'eloquio che inondò l'aula, nella sua fragilità, fu come una cannonata, una diga che cede, un fiume che esonda, nell'irrispettoso brusio: decisamente quel giorno c'era qualcosa che non andava, mentre gli studenti rimanevano ciechi davanti alla tragedia.
-sapete ragazzi è da trent'anni che faccio questo lavoro ed ancora non ho imparato a informare i pazienti del cancro appena diagnosticatoli...secondo voi esiste veramente un modo giusto per dire che probabilmente il prossimo Natale non lo potranno festeggiare con la propria famiglia?- Nel corridoio risuonò premonitrice una risata nasale, mentre il brusio in sala si era intanto trasformato nel rumore di una mandria di bufali.
-E' proprio vero che la comunicazione rappresenta un'importante frontiera dell'evoluzione umana?- In realtà questa frase non l'ascoltò nessuno ed anche se così fosse stato l'effetto sarebbe stato il medesimo.
-Io penso proprio di no-. In realtà una persona stava ancora ascoltando: il professore per la prima volta dialogava con sé stesso. Si riappacificava con la propria vita. Questa, però, non faceva lo stesso con lui; essa stava segnando il secondo punto e l'arbitro ormai stava per fischiare il fischio di fine partita. 0 a 2.
Il prof uscì dall'aula poco dopo, con la sua borsa usurata ed una camminata più strascicata del solito. Il giorno dopo lo trovarono impiccato.
Nic
Per tutti quei de Bergerac, immaginari o reali, futuri o presenti o passati, che dopo un'incompresa ed incomprensibile vita di rettitudine e fedeltà cercano riscatto e comprensione negli attimi prima alla loro dipartita.
domenica 10 gennaio 2010
Lettera senza destinatario di un manovratore di mortaio
Cara Bariş,
questa è una lettera senza destinatario quindi non pretendo che arrivi nelle tue mani.
La lascio così, in balia del vento, che sia Dio a falla arrivare a te se veramente lo vorrà.
Mi trovo trinceato dietro le montagne della penisola di Gallipoli, a centinaia di Km da te che vivi la guerra da dentro l'ospedale di Ankara, mentre io la vivo da qui.
Per l'ennesima volta spero che tu stia bene.
Nel giro di un mese ti ho scritto centinaia di lettere, migliaia di parole, un miliardo di emozioni, tutte con il tuo nome riportato sul retro della busta.
Non so quante te ne siano arrivate, non so quante tu ne abbia lette, non so quante tu ne abbia capite...avresti dovuto avere la possibilità di rispondermi, la posta è l'unica cosa che ancora funziona bene in questa tana di fango e sangue.
Probabilmente non hai semplicemente voluto.
E il bello è che ti capisco anche, solo che proprio non posso fare a meno di continuare a scriverti.
Vivo in simbiosi col mio mortaio, io lo nutro, lui mi protegge: ci sono momenti in cui sembra che le montagne di fronte a me stiano per crollarmi addosso, abbattute dalle navi attraccate proprio nel mare a pochi Km da queste mia tomba. Ho paura e ce n'ho talmente tanta che mi trovo a fissare il vuoto con tutto il corpo che mi trema e le lacrime che scendo copiose a rigarmi il volto, a mescolarsi con la polvere.
Mi sono arruolato perché la mia sfida, la mia battaglia personale, l'ho persa...pensavo che tutto questo, la patria, l'onore, l'impegno mi avrebbero reso un uomo migliore, più degno di te, più degno di me...sì, quella sfida che ho perso eri, sei e sarai sempre tu. Tu che mi hai fatto capire che non esiste limite alle passioni che un uomo può vivere, all'amore che può far scaturire dal proprio profondo, ma anche che non c'è limite ai danni che questa marea può lasciare in seguito al suo passaggio. Il mio spirito purtroppo non sa nuotare.
Ricordo quella notte di 3 mesi fa quando ci incontrammo di fronte a Yussuf il giocattolaio, tu nascosta dal tuo velo, io nascosto dalla mia tristezza...allora non ebbi il tempo di pensare, di cercare di fermarti, di parlarti.
Ascoltai il tuo verdetto e mi ritirai nella mia cella.
Ora che capisco come tutto ciò che sono e che vorrei essere è solo un riempitivo alla tua assenza, al mio fallimento e mi trovo qui a rischiare ogni giorno di perdere la vita, la sanità mentale e la coscienza per quale conquista...qualche cicatrice e tanta amarezza dentro.
Il destino è buffo a volte: allo stesso modo di quando io cercavo di smuovere le montagne per raggiungere il tuo cuore, il tutto senza sapere se i colpi che davo avessero effetti positivi oppure deleteri, oggi mi ritrovo a manovrare un mortaio ed a sparare verso l'ignoto, al di là di ostacoli insormontabili, senza sapere se colpirò un mio compagno, se colpirò un nemico oppure semplicemente se colpirò la dura spiaggia.
Ora capisco come la felicità non esista veramente se non può essere condivisa con una persona speciale...e quando scrivo speciale li attribuisco il significato più alto che si possa dare a questa parola.
Se mai tornerò da questa battaglia, da questo conflitto maledetto e se mai ti rivedrò ti prego non biasimarmi se non saprò comportarmi, non biasimarmi se sbaglierò, non biasimarmi se non riuscirò a guardarti negli occhi...ci sono emozioni che non sono controllabili.
Le nostre strade si sono divise, hai spiccato il volo lasciandomi a terra...io non imparerò mai a volare, purtroppo non possiedo le ali e mai mi nasceranno, però se mai vorrai tornare, se mai un giorno capirai che questo soldato semplice potrebbe ancora regalare qualcosa basterà che ti presenti proprio lì, davanti a quel vecchio negozio di giocattoli per bambini ed io ci sarò.
Devo ricaricare il mortaio. E' il mio turno. Ti lascio.
Kentdeki Galip
questa è una lettera senza destinatario quindi non pretendo che arrivi nelle tue mani.
La lascio così, in balia del vento, che sia Dio a falla arrivare a te se veramente lo vorrà.
Mi trovo trinceato dietro le montagne della penisola di Gallipoli, a centinaia di Km da te che vivi la guerra da dentro l'ospedale di Ankara, mentre io la vivo da qui.
Per l'ennesima volta spero che tu stia bene.
Nel giro di un mese ti ho scritto centinaia di lettere, migliaia di parole, un miliardo di emozioni, tutte con il tuo nome riportato sul retro della busta.
Non so quante te ne siano arrivate, non so quante tu ne abbia lette, non so quante tu ne abbia capite...avresti dovuto avere la possibilità di rispondermi, la posta è l'unica cosa che ancora funziona bene in questa tana di fango e sangue.
Probabilmente non hai semplicemente voluto.
E il bello è che ti capisco anche, solo che proprio non posso fare a meno di continuare a scriverti.
Vivo in simbiosi col mio mortaio, io lo nutro, lui mi protegge: ci sono momenti in cui sembra che le montagne di fronte a me stiano per crollarmi addosso, abbattute dalle navi attraccate proprio nel mare a pochi Km da queste mia tomba. Ho paura e ce n'ho talmente tanta che mi trovo a fissare il vuoto con tutto il corpo che mi trema e le lacrime che scendo copiose a rigarmi il volto, a mescolarsi con la polvere.
Mi sono arruolato perché la mia sfida, la mia battaglia personale, l'ho persa...pensavo che tutto questo, la patria, l'onore, l'impegno mi avrebbero reso un uomo migliore, più degno di te, più degno di me...sì, quella sfida che ho perso eri, sei e sarai sempre tu. Tu che mi hai fatto capire che non esiste limite alle passioni che un uomo può vivere, all'amore che può far scaturire dal proprio profondo, ma anche che non c'è limite ai danni che questa marea può lasciare in seguito al suo passaggio. Il mio spirito purtroppo non sa nuotare.
Ricordo quella notte di 3 mesi fa quando ci incontrammo di fronte a Yussuf il giocattolaio, tu nascosta dal tuo velo, io nascosto dalla mia tristezza...allora non ebbi il tempo di pensare, di cercare di fermarti, di parlarti.
Ascoltai il tuo verdetto e mi ritirai nella mia cella.
Ora che capisco come tutto ciò che sono e che vorrei essere è solo un riempitivo alla tua assenza, al mio fallimento e mi trovo qui a rischiare ogni giorno di perdere la vita, la sanità mentale e la coscienza per quale conquista...qualche cicatrice e tanta amarezza dentro.
Il destino è buffo a volte: allo stesso modo di quando io cercavo di smuovere le montagne per raggiungere il tuo cuore, il tutto senza sapere se i colpi che davo avessero effetti positivi oppure deleteri, oggi mi ritrovo a manovrare un mortaio ed a sparare verso l'ignoto, al di là di ostacoli insormontabili, senza sapere se colpirò un mio compagno, se colpirò un nemico oppure semplicemente se colpirò la dura spiaggia.
Ora capisco come la felicità non esista veramente se non può essere condivisa con una persona speciale...e quando scrivo speciale li attribuisco il significato più alto che si possa dare a questa parola.
Se mai tornerò da questa battaglia, da questo conflitto maledetto e se mai ti rivedrò ti prego non biasimarmi se non saprò comportarmi, non biasimarmi se sbaglierò, non biasimarmi se non riuscirò a guardarti negli occhi...ci sono emozioni che non sono controllabili.
Le nostre strade si sono divise, hai spiccato il volo lasciandomi a terra...io non imparerò mai a volare, purtroppo non possiedo le ali e mai mi nasceranno, però se mai vorrai tornare, se mai un giorno capirai che questo soldato semplice potrebbe ancora regalare qualcosa basterà che ti presenti proprio lì, davanti a quel vecchio negozio di giocattoli per bambini ed io ci sarò.
Devo ricaricare il mortaio. E' il mio turno. Ti lascio.
Kentdeki Galip
sabato 9 gennaio 2010
Lo scrittore di epitaffi
Parte I: flusso di parole
Parole.
Vivo la vita immerso nelle parole.
Vivo grazie alle parole che scrivo e mai quanto ora le sento vuote e prive di forma.
Mi presento sono uno scrittore di epitaffi.
Il mio nome non importa; del resto le mie lapidi non sono mai firmate.
Io guadagno sulla sofferenza degli altri, scrivo ciò che i parenti del defunto ritengono possa ricordare con onore e magnificenza il proprio caro: ma se lo stesso parente l'avete dimenticato quando era in vita come credete che possa una pomposa accozzaglia di parole ricordarlo durante la sua perenne assenza?
E non disgustatevi del mio cinismo cari ascoltatori perché siete voi stessi scrittori di epitaffi.
Quante volte avete chiuso una storia, liquidato una persona, riaperto vecchie ferite, riaperto vecchi capitoli attraverso l'uso di parole perdute e ritrovate, di frasi gonfiate con l'ingenua presunzione di sincerità?
Quante volte avete tentato di fermentare dal mosto dei vostri sentimenti le giustificazioni ad un no con la presunzione di poterlo fare in poche righe, con poche parole di commiato? Basterebbe un semplice "mi dispiace voglio andare".
Non abbellitelo troppo: ai parenti del morto stanca leggere epitaffi troppo lunghi.
E disprezzatemi pure per quello che dico: la verità provoca spesso ribrezzo; si vive molto meglio nella menzogna di aver fatto l'azione giusta e di aver distribuito solo male e fendenti necessari.
Mi dispiace deludervi ma dalle ferite cola solo sangue.
Parte II: Epitaffio per uno scrittore di epitaffi ovvero "l'alba dopo la notte"
"Viviamo schiacciati perennemente dalla lapide del nostro passato, oppressi da un carico di sassi, materializzazione dei nostri errori e dei nostri rimorsi, fermamente convinti che tutto questo sia un peso necessario, un onere non scaricabile.
Gettate il vostro bagaglio a terra e correte su quella terra che ricordate un giorno sarà il cancello della vostra dipartita.
Vivete quella strada che state percorrendo e vedrete che quegli ostacoli che tanto risultavano insormontabili lo erano solo per il carico che vi stavate portando addosso.
E ad ogni bivio andate verso est. Si arriva sempre in questo modo."
uno scrittore di epitaffi
Parole.
Vivo la vita immerso nelle parole.
Vivo grazie alle parole che scrivo e mai quanto ora le sento vuote e prive di forma.
Mi presento sono uno scrittore di epitaffi.
Il mio nome non importa; del resto le mie lapidi non sono mai firmate.
Io guadagno sulla sofferenza degli altri, scrivo ciò che i parenti del defunto ritengono possa ricordare con onore e magnificenza il proprio caro: ma se lo stesso parente l'avete dimenticato quando era in vita come credete che possa una pomposa accozzaglia di parole ricordarlo durante la sua perenne assenza?
E non disgustatevi del mio cinismo cari ascoltatori perché siete voi stessi scrittori di epitaffi.
Quante volte avete chiuso una storia, liquidato una persona, riaperto vecchie ferite, riaperto vecchi capitoli attraverso l'uso di parole perdute e ritrovate, di frasi gonfiate con l'ingenua presunzione di sincerità?
Quante volte avete tentato di fermentare dal mosto dei vostri sentimenti le giustificazioni ad un no con la presunzione di poterlo fare in poche righe, con poche parole di commiato? Basterebbe un semplice "mi dispiace voglio andare".
Non abbellitelo troppo: ai parenti del morto stanca leggere epitaffi troppo lunghi.
E disprezzatemi pure per quello che dico: la verità provoca spesso ribrezzo; si vive molto meglio nella menzogna di aver fatto l'azione giusta e di aver distribuito solo male e fendenti necessari.
Mi dispiace deludervi ma dalle ferite cola solo sangue.
Parte II: Epitaffio per uno scrittore di epitaffi ovvero "l'alba dopo la notte"
"Viviamo schiacciati perennemente dalla lapide del nostro passato, oppressi da un carico di sassi, materializzazione dei nostri errori e dei nostri rimorsi, fermamente convinti che tutto questo sia un peso necessario, un onere non scaricabile.
Gettate il vostro bagaglio a terra e correte su quella terra che ricordate un giorno sarà il cancello della vostra dipartita.
Vivete quella strada che state percorrendo e vedrete che quegli ostacoli che tanto risultavano insormontabili lo erano solo per il carico che vi stavate portando addosso.
E ad ogni bivio andate verso est. Si arriva sempre in questo modo."
uno scrittore di epitaffi
mercoledì 6 gennaio 2010
Due viaggiatori
Due viaggiatori si incontrarono sulla via maestra che portava alla città del sole.
Per entrambi l'altro era la prima persona che incontravano dopo tanti mesi di solitario peregrinare, quindi accettarono con grande felicità la presenza vicina di un proprio simile.
Il viaggio tra l'altro stava portandosi a compimento per i due ricercatori, quindi potevano anche permettersi di dedicarsi al dialogo, alla conoscenza reciproca, piuttosto che esclusivamente al cammino.
Entrambi si dimostrarono non più avvezzi alla presenza di un altro vivente al proprio fianco, quindi le prime parole risultarono particolarmente stentate e frammentarie.
L'uomo è una creatura sociale e non scorda quasi mai come si fa a stare con gli altri.
Sorprendentemente scoprirono di essere provenienti dalla stessa città natale, oltre ad essere impiegati nella stessa azienda di spedizioni: avevano un sacco di cose in comune eppure non si erano mai accorti l'uno dell'altro, pur vivendo e lavorando praticamente affiancati.
Ora entrambi correvano per raggiungere il luogo da tanto tempo sognato, ed oltre a mancare così poco alla meta avevano scoperto che nel mondo dal quale erano entrambi partiti esisteva un essere col quale potevano realmente parlare.
La vita, però, alcune volte è buffa.
Il 3° giorno ci fu un imprevisto: un bivio.
Eppure sulla cartina di entrambi non compariva.
La tensione creata dall'insondabile dilemma venne però in parte smorzata da una lieta scoperta; all'incrocio delle due strade era presente un vecchio cartello di legno, reso un po' marcio dalle intemperie, ma che presumibilmente avrebbe indicato la via per la loro destinazione.
Il primo viaggiatore lesse: -A destra "strada facile per la città del sole", a sinistra "strada difficile per la città del sole". Non credo ci siano dubbi mio caro compagno; la strada difficile probabilmente è un mulattiera impiegata da qualche pastore che vive in solitudine con le proprie capre. Allungheremo inutilmente il nostro viaggio rischiando, tra l'altro, di incorrere in qualche pericolo.-
Si era già incamminato a destra mentre proferiva tale giudizio, quando il secondo viaggiatore strabuzzando gli occhi lo prese per una manica e strattonandolo un po' malamente disse: -Mi sa che hai avuto un'allucinazione: se rileggi con maggiore attenzione noterai che è a sinistra la strada più facile-
Inizio' una discussione molto animata sulla paradossale questione: ognuno leggeva un messaggio diverso nel cartello e come se non bastasse, ognuno dei pellegrini descriveva una strada corrispondente all'indicazione opposta nelle caratteristiche a quella descritta dal proprio compagno d'avventura: il primo viaggiatore vedeva una bella strada pianeggiante di campagna dove il secondo vedeva una parete difficilmente scalabile, mentre il secondo vedeva un bel litorale al tramonto dove il primo vedeva la brulla mulattiera.
Alla fine, essendo inconciliabili le rispettive posizioni, i due si divisero con la sensazione, però, di aver perso e contemporaneamente guadagnato qualcosa.
Fine
Per entrambi l'altro era la prima persona che incontravano dopo tanti mesi di solitario peregrinare, quindi accettarono con grande felicità la presenza vicina di un proprio simile.
Il viaggio tra l'altro stava portandosi a compimento per i due ricercatori, quindi potevano anche permettersi di dedicarsi al dialogo, alla conoscenza reciproca, piuttosto che esclusivamente al cammino.
Entrambi si dimostrarono non più avvezzi alla presenza di un altro vivente al proprio fianco, quindi le prime parole risultarono particolarmente stentate e frammentarie.
L'uomo è una creatura sociale e non scorda quasi mai come si fa a stare con gli altri.
Sorprendentemente scoprirono di essere provenienti dalla stessa città natale, oltre ad essere impiegati nella stessa azienda di spedizioni: avevano un sacco di cose in comune eppure non si erano mai accorti l'uno dell'altro, pur vivendo e lavorando praticamente affiancati.
Ora entrambi correvano per raggiungere il luogo da tanto tempo sognato, ed oltre a mancare così poco alla meta avevano scoperto che nel mondo dal quale erano entrambi partiti esisteva un essere col quale potevano realmente parlare.
La vita, però, alcune volte è buffa.
Il 3° giorno ci fu un imprevisto: un bivio.
Eppure sulla cartina di entrambi non compariva.
La tensione creata dall'insondabile dilemma venne però in parte smorzata da una lieta scoperta; all'incrocio delle due strade era presente un vecchio cartello di legno, reso un po' marcio dalle intemperie, ma che presumibilmente avrebbe indicato la via per la loro destinazione.
Il primo viaggiatore lesse: -A destra "strada facile per la città del sole", a sinistra "strada difficile per la città del sole". Non credo ci siano dubbi mio caro compagno; la strada difficile probabilmente è un mulattiera impiegata da qualche pastore che vive in solitudine con le proprie capre. Allungheremo inutilmente il nostro viaggio rischiando, tra l'altro, di incorrere in qualche pericolo.-
Si era già incamminato a destra mentre proferiva tale giudizio, quando il secondo viaggiatore strabuzzando gli occhi lo prese per una manica e strattonandolo un po' malamente disse: -Mi sa che hai avuto un'allucinazione: se rileggi con maggiore attenzione noterai che è a sinistra la strada più facile-
Inizio' una discussione molto animata sulla paradossale questione: ognuno leggeva un messaggio diverso nel cartello e come se non bastasse, ognuno dei pellegrini descriveva una strada corrispondente all'indicazione opposta nelle caratteristiche a quella descritta dal proprio compagno d'avventura: il primo viaggiatore vedeva una bella strada pianeggiante di campagna dove il secondo vedeva una parete difficilmente scalabile, mentre il secondo vedeva un bel litorale al tramonto dove il primo vedeva la brulla mulattiera.
Alla fine, essendo inconciliabili le rispettive posizioni, i due si divisero con la sensazione, però, di aver perso e contemporaneamente guadagnato qualcosa.
Fine
domenica 3 gennaio 2010
Storia di un operaio che incontrò un angelo, se ne prese cura e se ne innamorò
Tanto tempo fa in una terra lontana lontana viveva un semplice operaio. Era elettricista anche se in realtà cambiava solamente le lampadine ai lampioni del centro, affinché i ricchi della sua città potessero essere illuminati nel proprio cammino a qualsiasi ora della giornata ed in qualsiasi tipo di condizione metereologica.
Un lavoro umile, ma che eseguiva costantemente senza tanti se, senza tanti ma.
Viveva da solo in un piccolo monolocale e nonostante le ristrettezze economiche nelle quali versava si poteva permettere ogni tanto di coltivare alcune sue passioni: la musica, la lettura, l'arte.
Passioni vissute umilmente, da ospite.
In realtà l'operaio viveva anche la propria vita da ospite.
Quando percorreva la strada che lo portava a lavoro stava sul ciglio nonostante fosse la parte con più buche e con più intralci.
Quando pioveva era costretto a procedere con cautela per evitare di scivolare e finire in una pozzanghera; in realtà era una cautela inutile perché i rapidi passaggi dei mezzi sui vari specchi d'acqua causati dalla pioggia provocavano spesso delle grandi ondate che lo infradiciavano dalla testa ai piedi.
Gli era stato insegnato, infatti, di non intralciare il passaggio a chi procedeva più rapidamente, ai ricchi in carrozza, ai gendarmi a cavallo, ai prepotenti a piedi. Lui era un semplice operaio: ad ognuno il suo posto, ad ognuno il suo ruolo.
Lo stesso quando era in centro a cambiare le lampadine: doveva farlo il più velocemente possibile e quando si apprestava ad andarsene doveva farlo all'interno dei fasci d'ombra proiettati dai lampioni: non sarebbe stato giusto che i ricchi vedessero un uomo di così basso livello camminare tra loro, anche solo a causa del suo lavoro.
Poco importa se spesso per rispettare questa regola finiva in vicoli poco frequentati nei quali dopo essere stato picchiato veniva anche derubato.
Le regole sono regole e vanno rispettate.
Tutto questo, gli dicevano, è per il bene delle persone che valgono più di te.
Un giorno mentre tornava da un turno di lavoro più duro del normale, nel quale un inaspettato sbalzo di corrente aveva fatto fulminare un gran numero di lampadine, stava camminando sul suo solito ciglio canticchiando malamente l'ultima canzone della sua band preferita quando vide in mezzo alla strada una figurina rannicchiata che sembrava si coprisse con un mantello fatto solamente di piume. Avvicinatosi leggermente gli sembrò che brillasse come di luce propria: impossibile, sicuramente era dovuto alla sua scarsa intelligenza che lo portava a vedere cose che in realtà non esistevano. Non era ricco e quel poco che aveva studiato in realtà non lo aveva capito tanto bene.
Chiunque fosse colui o colei che si trovava sulla strada a lui non doveva interessare: il centro della strada per lui era vietato quindi non poteva metterci piede: sicuramente era un ricco che aveva giustamente bevuto un po' troppo ed ora si trovava a riprendere un po' d'aria prima di rincasare; si spiegava così anche il perché brillasse di luce propria. Probabilmente essendo i ricchi così importanti, i più grandi scienziati al mondo avevano inventato un vestito che li illuminasse anche quando era più buio, cosicché chiunque avesse potuto dire incrociando la loro figura: guardate c'è un ricco! Facciamoli spazio e ringraziamolo per tutto quello che fa per noi!
Proprio in quel momento stava però avvicinandosi una carrozza a tutta velocità ed andava talmente veloce che non si sarebbe accorta in tempo dell'ostacolo. L'operaio avrebbe fatto uno strappo alla regola però doveva avvertite lo sfortunato dell'imminente pericolo. Prima bisbigliò, poi alzo man mano la voce fino ad urlare di spostarsi perché la carrozza l'avrebbe travolto uccidendolo.
Il "forse-ricco" però non dava segni di ascoltarlo. Sembrava come immerso ad osservare la propria coperta e ad accarezzarla.
All'operaio non restava che far fermare la carrozza: avrebbe infranto la somma regola, ma i passeggeri probabilmente avrebbero capito. Si gettò quindi in mezzo alla strada agitando fortemente le braccia; la carrozza si fermò appena in tempo per non colpire l'operaio.
Quest'ultimo non ebbe neanche il tempo di proferire una parola che il conducente era sceso dalla sua postazione ed aveva iniziato a picchiarlo ed a colpirlo con la frusta per i cavalli.
Ad esso si univano gli insulti e gli sputi dei passeggeri.
Il tutto durò dieci minuti: l'operaio si trovò quindi steso a terra con la bocca riempita del suo stesso sangue misto alla polvere ed alle lacrime. Sarebbe stato meglio se la carrozza gli fosse passata sopra; avrebbe provato sicuramente meno dolore.
La morte l'avrebbe salvato da questo supplizio.
Il "forse-ricco" era ancora dietro di lui, avvolto nella sua coperta.
L'operaio provava dentro di sé un dolore sordo: non era semplicemente il dolore fisico, che comunque in quel momento era quasi insopportabile.
Per la prima volta nella sua vita provava amarezza.
Provava rabbia per un mondo che non da lo stesso spazio a tutti.
Provava rabbia per un mondo che prende ma non si sa mai se renderà indietro con i dovuti interessi.
Ma questo l'umile uomo non poteva capirlo.
Avrebbe voluto andarsene e lasciare quell'essere che gli aveva provocato così tanti problemi là in mezzo alla strada. Ma l'uomo era buono e i buoni non sanno seguire la strada più semplice.
I buoni non imparano mai dai loro errori.
I buoni sono talmente perseveranti da risultare dementi.
I buoni, insomma, camminano sempre sul ciglio.
Si avvicinò zoppicante e improvvisamente capì che ciò che aveva davanti era veramente un angelo. I ricchi sono belli, ma l'essere che aveva davanti era più che bello.
Non era definibile con parole terrestri, con un linguaggio umano.
Biondi riccioli cadevano disordinatamente ai lati del volto, incorniciando due occhi infuocati di ghiaccio ed una bocca fine come un ruscello, appetitosa come una mela.
La pelle non era perfetta come l'operaio si immaginava fosse quella degli angeli. In realtà niente in quel che vedeva era perfetto. Si immaginava che gli angeli non cadessero mai, che potessero soltanto volare, librarsi in volo sopra i comuni mortali, ancora più dei ricchi, gendarmi o prepotenti. Quest'angelo era sporco, affaticato, ma soprattutto spaventato.
Ma a lui non importavano queste credenze.
Se ne era innamorato.
Riuscì nonostante le numerose ferite a caricarsi l'angelo sulle spalle ed a portarlo fino in casa sua dove lo coricò sul proprio letto e nonostante l'estenuante turno di lavoro che lo aspettava, passò tutta la notte a prendersi cura del suo angelo.
Cercò per quanto possibile di far calare la febbre che faceva scottare la bianca fronte, di pulire la polvere che macchiava il suo abito, le sue ali candide, le sue membra.
Lavò le lacrime che rigavano il suo volto.
L'operaio non pensò neanche per un secondo alle sue ferite, al fatto che ogni movimento provocava in lui dei dolori insopportabili e l'apertura delle croste ancora fresche.
Anche quando l'angelo aprì gli occhi l'operaio cercò di sorridere, di nascondere il dolore che gli bruciava la pelle, le ossa, il cuore.
Voleva che l'angelo non si preoccupasse, che pensasse solo alla propria guarigione e a recuperare le proprie energie.
La mattina l'angelo parlò.
Si chiamava reine.
Era caduta a causa di un altro angelo: erano legati col sangue, il più alto vincolo esistente, però nonostante gli angeli fossero creature celesti non erano privati completamente di tutti i sentimenti umani.
I due angeli avevano litigato e reine per la sofferenza dovuta al contrasto con il suo legante aveva perso il controllo del suo volo ed era caduta.
Finché non avesse recuperato l'uso delle ali sarebbe stata confinata nel mondo dell'operaio. Quest'ultimo credette per un momento che sarebbe potuto essere lui il nuovo angelo legante.
L'operaio era uno sciocco. Pensava ancora che esistessero le fiabe con il lieto fine.
Una creatura terrestre non ha speranze con una creatura che proviene da una realtà più elevata dalla sua. Soprattutto se possiede dei legami troppo forti da poter essere rotti con il dono di amore, attenzioni e carezze.
L'operaio si prese cura per qualche mese dell'angelo. Ormai il semplice elettricista non camminava più bene; le ferite provocate dal pestaggio non erano state trattate come necessario e il fisico del lavoratore ne aveva risentito irreversibilmente, ma nonostante questo lavorava con più velocità, con più vigore, così da poter ricevere una paga migliore. Più soldi significavano più cure per reine.
Il suo angelo meritava il meglio anche al triste costo della salute fisica e mentale dell'operaio.
Una mattina trovò l'angelo in piedi davanti alla finestra. Un altro bellissimo angelo li porgeva la mano: era colui che aveva legato Reine a sé col sangue.
L'operaio capì in un istante: non aveva alcuna possibilità di poter competere con ciò che quell'angelo sceso dal cielo poteva dare a Reine. Lui era il suo legante.
I suoi sforzi, il suo sudore, le sue aspettative venivano vaporizzate dalla forza di tale legame.
Era giunto il momento degli addii.
Reine si girò solamente per consegnargli una piccola roccia tagliente e poi, con un sorriso, spiccò il volo con l'altro angelo.
Era finita la fiaba.
Si dice che l'operaio continui tutt'oggi a percorrere il ciglio di quella strada per andare a lavoro e che ogni mattina si affacci a quella finestra, sempre alla stessa ora, con l' infantile speranza che quell'angelo possa tornare, con l'infantile speranza di capire il perché di quella pietra.
O semplicemente con l'adulta speranza che il sole da quella mattina non sorga più.
Fine
Nic
Un lavoro umile, ma che eseguiva costantemente senza tanti se, senza tanti ma.
Viveva da solo in un piccolo monolocale e nonostante le ristrettezze economiche nelle quali versava si poteva permettere ogni tanto di coltivare alcune sue passioni: la musica, la lettura, l'arte.
Passioni vissute umilmente, da ospite.
In realtà l'operaio viveva anche la propria vita da ospite.
Quando percorreva la strada che lo portava a lavoro stava sul ciglio nonostante fosse la parte con più buche e con più intralci.
Quando pioveva era costretto a procedere con cautela per evitare di scivolare e finire in una pozzanghera; in realtà era una cautela inutile perché i rapidi passaggi dei mezzi sui vari specchi d'acqua causati dalla pioggia provocavano spesso delle grandi ondate che lo infradiciavano dalla testa ai piedi.
Gli era stato insegnato, infatti, di non intralciare il passaggio a chi procedeva più rapidamente, ai ricchi in carrozza, ai gendarmi a cavallo, ai prepotenti a piedi. Lui era un semplice operaio: ad ognuno il suo posto, ad ognuno il suo ruolo.
Lo stesso quando era in centro a cambiare le lampadine: doveva farlo il più velocemente possibile e quando si apprestava ad andarsene doveva farlo all'interno dei fasci d'ombra proiettati dai lampioni: non sarebbe stato giusto che i ricchi vedessero un uomo di così basso livello camminare tra loro, anche solo a causa del suo lavoro.
Poco importa se spesso per rispettare questa regola finiva in vicoli poco frequentati nei quali dopo essere stato picchiato veniva anche derubato.
Le regole sono regole e vanno rispettate.
Tutto questo, gli dicevano, è per il bene delle persone che valgono più di te.
Un giorno mentre tornava da un turno di lavoro più duro del normale, nel quale un inaspettato sbalzo di corrente aveva fatto fulminare un gran numero di lampadine, stava camminando sul suo solito ciglio canticchiando malamente l'ultima canzone della sua band preferita quando vide in mezzo alla strada una figurina rannicchiata che sembrava si coprisse con un mantello fatto solamente di piume. Avvicinatosi leggermente gli sembrò che brillasse come di luce propria: impossibile, sicuramente era dovuto alla sua scarsa intelligenza che lo portava a vedere cose che in realtà non esistevano. Non era ricco e quel poco che aveva studiato in realtà non lo aveva capito tanto bene.
Chiunque fosse colui o colei che si trovava sulla strada a lui non doveva interessare: il centro della strada per lui era vietato quindi non poteva metterci piede: sicuramente era un ricco che aveva giustamente bevuto un po' troppo ed ora si trovava a riprendere un po' d'aria prima di rincasare; si spiegava così anche il perché brillasse di luce propria. Probabilmente essendo i ricchi così importanti, i più grandi scienziati al mondo avevano inventato un vestito che li illuminasse anche quando era più buio, cosicché chiunque avesse potuto dire incrociando la loro figura: guardate c'è un ricco! Facciamoli spazio e ringraziamolo per tutto quello che fa per noi!
Proprio in quel momento stava però avvicinandosi una carrozza a tutta velocità ed andava talmente veloce che non si sarebbe accorta in tempo dell'ostacolo. L'operaio avrebbe fatto uno strappo alla regola però doveva avvertite lo sfortunato dell'imminente pericolo. Prima bisbigliò, poi alzo man mano la voce fino ad urlare di spostarsi perché la carrozza l'avrebbe travolto uccidendolo.
Il "forse-ricco" però non dava segni di ascoltarlo. Sembrava come immerso ad osservare la propria coperta e ad accarezzarla.
All'operaio non restava che far fermare la carrozza: avrebbe infranto la somma regola, ma i passeggeri probabilmente avrebbero capito. Si gettò quindi in mezzo alla strada agitando fortemente le braccia; la carrozza si fermò appena in tempo per non colpire l'operaio.
Quest'ultimo non ebbe neanche il tempo di proferire una parola che il conducente era sceso dalla sua postazione ed aveva iniziato a picchiarlo ed a colpirlo con la frusta per i cavalli.
Ad esso si univano gli insulti e gli sputi dei passeggeri.
Il tutto durò dieci minuti: l'operaio si trovò quindi steso a terra con la bocca riempita del suo stesso sangue misto alla polvere ed alle lacrime. Sarebbe stato meglio se la carrozza gli fosse passata sopra; avrebbe provato sicuramente meno dolore.
La morte l'avrebbe salvato da questo supplizio.
Il "forse-ricco" era ancora dietro di lui, avvolto nella sua coperta.
L'operaio provava dentro di sé un dolore sordo: non era semplicemente il dolore fisico, che comunque in quel momento era quasi insopportabile.
Per la prima volta nella sua vita provava amarezza.
Provava rabbia per un mondo che non da lo stesso spazio a tutti.
Provava rabbia per un mondo che prende ma non si sa mai se renderà indietro con i dovuti interessi.
Ma questo l'umile uomo non poteva capirlo.
Avrebbe voluto andarsene e lasciare quell'essere che gli aveva provocato così tanti problemi là in mezzo alla strada. Ma l'uomo era buono e i buoni non sanno seguire la strada più semplice.
I buoni non imparano mai dai loro errori.
I buoni sono talmente perseveranti da risultare dementi.
I buoni, insomma, camminano sempre sul ciglio.
Si avvicinò zoppicante e improvvisamente capì che ciò che aveva davanti era veramente un angelo. I ricchi sono belli, ma l'essere che aveva davanti era più che bello.
Non era definibile con parole terrestri, con un linguaggio umano.
Biondi riccioli cadevano disordinatamente ai lati del volto, incorniciando due occhi infuocati di ghiaccio ed una bocca fine come un ruscello, appetitosa come una mela.
La pelle non era perfetta come l'operaio si immaginava fosse quella degli angeli. In realtà niente in quel che vedeva era perfetto. Si immaginava che gli angeli non cadessero mai, che potessero soltanto volare, librarsi in volo sopra i comuni mortali, ancora più dei ricchi, gendarmi o prepotenti. Quest'angelo era sporco, affaticato, ma soprattutto spaventato.
Ma a lui non importavano queste credenze.
Se ne era innamorato.
Riuscì nonostante le numerose ferite a caricarsi l'angelo sulle spalle ed a portarlo fino in casa sua dove lo coricò sul proprio letto e nonostante l'estenuante turno di lavoro che lo aspettava, passò tutta la notte a prendersi cura del suo angelo.
Cercò per quanto possibile di far calare la febbre che faceva scottare la bianca fronte, di pulire la polvere che macchiava il suo abito, le sue ali candide, le sue membra.
Lavò le lacrime che rigavano il suo volto.
L'operaio non pensò neanche per un secondo alle sue ferite, al fatto che ogni movimento provocava in lui dei dolori insopportabili e l'apertura delle croste ancora fresche.
Anche quando l'angelo aprì gli occhi l'operaio cercò di sorridere, di nascondere il dolore che gli bruciava la pelle, le ossa, il cuore.
Voleva che l'angelo non si preoccupasse, che pensasse solo alla propria guarigione e a recuperare le proprie energie.
La mattina l'angelo parlò.
Si chiamava reine.
Era caduta a causa di un altro angelo: erano legati col sangue, il più alto vincolo esistente, però nonostante gli angeli fossero creature celesti non erano privati completamente di tutti i sentimenti umani.
I due angeli avevano litigato e reine per la sofferenza dovuta al contrasto con il suo legante aveva perso il controllo del suo volo ed era caduta.
Finché non avesse recuperato l'uso delle ali sarebbe stata confinata nel mondo dell'operaio. Quest'ultimo credette per un momento che sarebbe potuto essere lui il nuovo angelo legante.
L'operaio era uno sciocco. Pensava ancora che esistessero le fiabe con il lieto fine.
Una creatura terrestre non ha speranze con una creatura che proviene da una realtà più elevata dalla sua. Soprattutto se possiede dei legami troppo forti da poter essere rotti con il dono di amore, attenzioni e carezze.
L'operaio si prese cura per qualche mese dell'angelo. Ormai il semplice elettricista non camminava più bene; le ferite provocate dal pestaggio non erano state trattate come necessario e il fisico del lavoratore ne aveva risentito irreversibilmente, ma nonostante questo lavorava con più velocità, con più vigore, così da poter ricevere una paga migliore. Più soldi significavano più cure per reine.
Il suo angelo meritava il meglio anche al triste costo della salute fisica e mentale dell'operaio.
Una mattina trovò l'angelo in piedi davanti alla finestra. Un altro bellissimo angelo li porgeva la mano: era colui che aveva legato Reine a sé col sangue.
L'operaio capì in un istante: non aveva alcuna possibilità di poter competere con ciò che quell'angelo sceso dal cielo poteva dare a Reine. Lui era il suo legante.
I suoi sforzi, il suo sudore, le sue aspettative venivano vaporizzate dalla forza di tale legame.
Era giunto il momento degli addii.
Reine si girò solamente per consegnargli una piccola roccia tagliente e poi, con un sorriso, spiccò il volo con l'altro angelo.
Era finita la fiaba.
Si dice che l'operaio continui tutt'oggi a percorrere il ciglio di quella strada per andare a lavoro e che ogni mattina si affacci a quella finestra, sempre alla stessa ora, con l' infantile speranza che quell'angelo possa tornare, con l'infantile speranza di capire il perché di quella pietra.
O semplicemente con l'adulta speranza che il sole da quella mattina non sorga più.
Fine
Nic
sabato 2 gennaio 2010
Buon anno
buon anno a chi soffre
buon anno a chi ancora non ha trovato la propria strada
buon anno a chi crede nelle fiabe
buon anno a chi credeva nelle fiabe
buon anno a chi si illude
buon anno a chi non vive nella realtà
buon anno a chi crede ancora nella forza della propria volontà
buon anno a chi cerca sapendo di non trovare
buon anno a chi non cerca eppure trova sempre
buon anno a chi si impegna inutilmente
buon anno a chi non si impegna affatto eppure ottiene sempre quello che desidera
buon anno a questo mondo che non sa neanche cosa sia la giustizia
buon anno a chi sogna troppo. Anche mentre dorme
buon anno a chi ricorre alle medicine per non sognare
buon anno a tutti coloro che non vorrebbero mai far soffrire il proprio prossimo
Insomma buon anno un po' a tutti
Già dimenticavo
Buon anno a chi è felice: ma per questi non c'è bisogno che glielo dica io.
E buon anno a me. Che sono tutti e nessuno di questi.
Nic
buon anno a chi ancora non ha trovato la propria strada
buon anno a chi crede nelle fiabe
buon anno a chi credeva nelle fiabe
buon anno a chi si illude
buon anno a chi non vive nella realtà
buon anno a chi crede ancora nella forza della propria volontà
buon anno a chi cerca sapendo di non trovare
buon anno a chi non cerca eppure trova sempre
buon anno a chi si impegna inutilmente
buon anno a chi non si impegna affatto eppure ottiene sempre quello che desidera
buon anno a questo mondo che non sa neanche cosa sia la giustizia
buon anno a chi sogna troppo. Anche mentre dorme
buon anno a chi ricorre alle medicine per non sognare
buon anno a tutti coloro che non vorrebbero mai far soffrire il proprio prossimo
Insomma buon anno un po' a tutti
Già dimenticavo
Buon anno a chi è felice: ma per questi non c'è bisogno che glielo dica io.
E buon anno a me. Che sono tutti e nessuno di questi.
Nic
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